Grazie a
Giuseppe e
Fabio ho recuperato il post che avevo cancellato. Eccolo qui:
Qualche giorno fa ho preso il treno. Sono arrivato in stazione con i canonici quindici minuti di anticipo e del mio treno non c’era traccia sul tabellone. In compenso gli altri treni avevano ritardi abissali. “Si avvisano i signori clienti (già, proprio clienti) che il treno xx ha un ritardo di novanta minuti”. ” Si avvisano in signori clienti che il treno yy ha un ritardo di tre giorni e diciassette ore”, continuava a ripetere una sconfortata voce di donna. Poi il messaggio è cambiato. Non me ne sono accorto subito. Preso tra gli astratti furori contro Trenitalia e il freddo bestiale di una giornata inclemente, ho solo vagamente percepito che la voce aveva cambiato registro. Così ho rizzato le orecchie. “Si avvisano i signori clienti che il treno zz ha un perditempo a destino di 9 ore e cinquanta minuti”. Come, come ? mi sono detto. Ho capito male. Manco per niente. Di nuovo l’annunciatrice: “Si avvisano i signori clienti che il treno zzz ha un preditempo a destino di sedici ore e trentasette minuti”. Perditempo a destino ? Sul momento sono rimasto perplesso, poi ho trovato questa formula assolutamente geniale, ancorchè frutto di una mera casualità. Azzardo una ipotesi. Qualcuno nella sala annunci deve aver pensato: non si può usare sempre la parola “ritardo”. I clienti si inc**ano e Trenitalia - a forza di ripetere questa parola - si fa una brutta fama. Bisogna trovare qualcosa di diverso. Ma cosa ? Un pool di cervelli si mette al lavoro e si spreme le meningi. Ma non salta fuori nulla. Sino a che non passa di lì un co.co.co, assunto per pulire i pavimenti, ma con laurea in semiotica del testo e specializzazione in psicologia del linguaggio. Un intellettuale insomma. “Ehi tu senti un po’, quale è un sinonimo di ritardo ?”. Il baldo giovane ci pensa su e poi spara “perdita di tempo a destinazione” - una frase leggermente involuta ma sostanzialmente corretta. “Come hai detto ?”. “Perdita di tempo a destinazione”, ripete quello. “Aspetto che mo’ lo scrivo”, deve aver detto il capo dei cervelli ferroviari. E con una scrittura veloce e incomprensibile ha passato un appunto all’annunciatrice. La quale, presa alla sprovvista dall’arrivo inaspettato di un treno ritenuto ormai scomparso nel nulla e un foglietto con una scritta indecifrabile, presa dal panico ha sputato fuori una frase degna di un nouvel philosophe, perditempo a destino appunto. Una frase, aggiungo, che mi pare una involontaria quanto perfetta sintesi descrittiva dello stato attuale di Trenitalia. Innanzitutto trasforma il viaggiatore in perditempo - il che non fa una grinza. Con un piccolo sforzo di immaginazione si potrebbe addirittura sostenere che “perditempo”, nella mente del co.co.co, altro non era che una adattamento all’italiano corrente del flâneur di cui parla Walter Benjamin, l’essere che cammina alla ricerca di insondabili esperienze estetiche non avendo altro da fare (come infatti avviene a ciascun viaggiatore di Trenitalia che, nell’attesa di un treno che non arriverà mai, passeggia su e giù per la pensilina lanciando fuggevoli occhiate al “bottom” di qualche avvenente viaggiatrice). Ma soprattutto trasforma con una grande intuizione filosofica la destinazione in destino. Arriverò, non arriverò, quando arriverò, ma soprattutto dove arriverò ? Qui siamo in piena dimensione omerica. A Ulisse e all’Odissea. La meta non come punto d’approdo di un tragitto predisposto, ma esito incerto di una combinazione di eventi sui quali incombono forze oscure e imperscrutabili.
Insomma, riconosciamolo, perditempo a destino rimette le cose a posto e ci fa capire come l’apparente insensatezza di un viaggio con Trenitalia sia una fasulla dissonanza cognitiva, rimediabile con una buona dose di filosofia antica e moderna.